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Arte e dintorni di Francesca Sannia (Milano 35) – L’alluvione 50 anni dopo.

Il 4 novembre ricorre il cinquantesimo anniversario dall’Alluvione che nel 1966 sconvolse Firenze e buona parte della Toscana. A guardarla oggi è difficile pensare che l’acqua, il fango e i più vari liquami l’abbiano sommersa completamente arrivando a diversi metri di altezza, ma così è stato. Case, negozi, chiese, musei, ospedali, tutto è stato travolto e la ripresa è stata lenta e difficile. Cittadini e commercianti volevano tornare alla vita normale, ma non sempre è stato possibile e questo ha cambiato in parte il volto della città. Come ha avuto modo di dire Antonio Paolucci, grande storico dell’arte, ex Ministro dei Beni Culturali e oggi Direttore dei Musei Vaticani: “Le acque dell’Arno investendo i quartieri popolari di Santa Croce e di Oltrarno hanno allontanato i residenti e le botteghe tradizionali. Ci accorgemmo molto presto che i doratori, gli intagliatori, i restauratori, gli argentieri, i tappezzieri, i bronzisti, i maestri di pietra e di legname, gli specialisti del vetro e del marmo, non abitavano più borgo Tegolaio o via de’ Macci, piazza Torquato Tasso o Sant’Ambrogio, ma si erano trasferiti a Scandicci e all’Osmannoro…. Contemporaneamente migravano verso i condomini della periferia i residenti, sostituiti da uffici, da studenti, da stranieri.(…) Dopo il ’66 Firenze, con un processo che ha subito una accelerazione in questi ultimi anni, si è trasformata da città plurare … nella città che vive di una sola industria. Nel nostro caso il turismo culturale di massa.”
Moltissime le opere d’arte danneggiate e perdute, basti pensare ai libri della Biblioteca Nazionale Centrale, una delle realtà più colpite o agli arredi delle chiese. Santa Croce è diventata un po’ il simbolo della disgrazia, come della ripresa. Nella piazza l‘acqua arrivò ai 4 metri di altezza; la chiesa perse gran parte degli arredi e il Museo, con tutti i suoi dipinti su fondo oro e le grandi pale d’altare, rimase a lungo chiuso. Riaprì nel 1975 con l’esposizione degli affreschi staccati, delle sculture lapidee e delle terrecotte invetriate opera dei della Robbia, che erano già state restaurate. Da allora sono tornati a casa molti capolavori, il famosissimo Crocifisso di Cimabue, di cui è stato possibile salvare solo il 40% della pittura originale, le grandi tele con la Discesa di Cristo al Limbo del Bronzino, la Deposizione dalla Croce di Francesco Salviati e molti altri, ma ancora un’opera mancava all’appello. E’ infatti di questi giorni il ricollocamento dell’Ultima Cena di Giorgio Vasari, che da oggi è di nuovo visibile a tutti, gratuitamente dalle ore 8 alle 22 del 4 e del 5 novembre. La pala, di circa 8 metri di lunghezza, divisa in cinque pezzi è rimasta per quarant’anni in attesa del restauro. Essa presentava enormi danni allo strato pittorico che si era gonfiato con l’umidità e si stava staccando dalla sua preparazione gessosa. Al contrario il supporto ligneo si era ritirato, mentre le veline che avevano permesso di non far staccare il colore, si erano col tempo pericolosamente saldate alla pittura. Riparare al degrado dovuto all’acqua e peggiorato dal lungo abbandono, è stato un lavoro lento, faticoso e di grande precisione, una vera e propria sfida vinta dai tecnici dell’Opificio delle Pietre Dure che sono riusciti a restituirci il dipinto nella sua forma migliore. E per evitare che in un malaugurato futuro il grande dipinto possa essere nuovamente danneggiato, è stato studiato un sistema di carrucole meccaniche con le quali, all’occorrenza, sollevarlo e metterlo in sicurezza.
E sempre il 4 a Santa Croce ci sarà anche una messa solenne, celebrata dal Vescovo, con tutti i cittadini e quelli che allora furono gli Angeli del fango, un’occasione per non dimenticare.