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Itinerari danteschi di Roberto Naldini – Il canto di Ulisse

Tempo fa, sfogliando i giornali quotidiani, notai che la notizia ripetuta da tutti, con più o meno enfasi, era la ricorrenza del trentesimo anniversario della morte (suicidio) di Primo Levi, famoso scrittore di religione ebraica, rinchiuso nel lager di Auschwitz e contrassegnato con il numero 174235 tatuato sul braccio, dall’inverno 1943 fino alla liberazione da parte dei soldati dell’Armata Rossa, il 27 Gennaio 1945. La storia della sua prigionia è raccontata nel libro “Se questo è un uomo”, pubblicato dopo la sua liberazione e nel quale l’autore descrive con dovizia di particolari, a quali vessazioni erano sottoposti gli internati, per la maggior parte ebrei e in che modo attraverso una serie di circostanze favorevoli e fortunate lui e pochi altri riuscirono a salvarsi. Ho riletto in questi giorni il libro ( e ne consiglio anche a voi la lettura ) e mi sono soffermato principalmente su un capitolo che ha come titolo “Il canto di Ulisse”.
In questo capitolo lo scrittore racconta di un gruppo di prigionieri chiamato “Kommando Chimico” di cui egli stesso fa parte e dei più disparati lavori che i componenti di questo gruppo sono costretti a fare.
Fra questi internati c’era Jean, uno studente alsaziano di venticinque anni, prigioniero come gli altri, ma con funzioni di raccordo con il “ Kapo” tedesco. Jean parlava correttamente francese e tedesco e per questo motivo gli era stata assegnata la carica di “Pikolo”, vale a dire addetto a tutte le funzioni organizzative del gruppo dei prigionieri: dalla contabilità delle ore di lavoro, alla pulizia della baracca, alla consegna degli attrezzi, ecc, ecc. Questa carica dava al “Pikolo” la possibilità di fare lavori non troppo pesanti, di avere libero accesso ai fondi del rancio nelle marmitte e di poter stare molte ore del giorno vicino alla stufa, privilegi che in un contesto normale non avrebbero un valore specifico, ma che all’interno di un lager fanno la differenza fra morire o riuscire a sopravvivere.
Jean si era conquistato la fiducia del “Kapo” ed allo stesso tempo dei suoi compagni di sventura, cercando di mantenere un intelligente equilibrio nelle sue funzioni di raccordo ed era riuscito più volte, usando le parole giuste, ad evitare a qualcuno del gruppo punizioni corporali ed anche denunce alle famigerate SS.
Da qualche tempo il “Pikolo” e Primo Levi avevano stretto amicizia e per questa ragione il nostro scrittore era stato scelto con il beneplacito del “Kapo” come aiuto nell’”Essenholen”: la corvèe quotidiana del rancio. All’inizio di questo lavoro Primo Levi ringrazia l’amico di questa scelta, ma l’altro lo interrompe dicendo che non necessita di ringraziamenti.
Le cucine dove il rancio veniva ritirato erano ad un chilometro di distanza dalle baracche adibite al consumo dello stesso, cosicché allungando un po’ il giro i due amici avrebbero potuto camminare per circa un’ora, fra andata e ritorno senza destare sospetti.
Camminando assieme nasce un colloquio dove Jean manifesta il suo desiderio di imparare l’italiano e Primo Levi si dice contento di poterglielo insegnare.
Ed ecco la sorpresa: la prima cosa che balza alla mente dello scrittore per iniziare l’insegnamento è La Divina Commedia; chissà se la scritta “Arbeit macht frei”,”il lavoro rende liberi”, che sormontava l’ingresso di Auschwitz gli sarà sembrato il paradigma di :

Lasciate ogni speranza,voi ch’intrate.
Queste parole di colore oscuro
Vid’io scritte al sommo di una porta….

Primo Levi cerca di spiegare all’attentissimo “scolaro” cos’è la Commedia, cos’è il contrappasso, la metafora, lo schema infernale e la prima figura che gli viene in mente è Ulisse, sinonimo di ribellione agli schemi, sempre alla ricerca del nuovo:

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza…

Parole profetiche che inquadrano perfettamente la situazione che i prigionieri di un lager stanno vivendo.
Lo scrittore sente dentro di se “come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. (n.d.r) Per un attimo dimentica chi è e dov’è, mentre Jean il “Pikolo” gli chiede di ripetere. Si è accorto che nonostante le difficoltà di traduzione il messaggio che gli è arrivato riguarda anche lui, riguarda tutti gli uomini che in quel momento sono privati delle più elementari libertà.
Primo Levi vorrebbe spiegargli bene tutto il canto, ma frequenti sono le amnesie, i ricordi sbiaditi dei suoi studi liceali, cosicché solo alcune terzine gli tornano alla mente e nel frattempo stanno per arrivare alla fila degli altri porta-zuppa quando non si potrà concludere la spiegazione. Con un ultimo sforzo della memoria:

Tre volte il fé girar con tutte l’acque,
A la quarta levar la poppa in suso
E la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso.

L’epilogo del canto di Ulisse racconta del suo tragico naufragio, voluto da Dio (com’altrui piacque) come punizione per aver ordito il famoso inganno del “cavallo di Troia”. Al contempo siamo già in fila con gli altri porta-zuppa per la razione quotidiana del rancio. Kraut und Ruben ? L’annuncio ufficiale dice che oggi la zuppa è di:
Cavoli e rape, Choux et navets, Kàposzta és répak !

Grazie per l’attenzione.
Roberto Naldini

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