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Itinerari danteschi di Roberto Naldini (Torino 32) – Si chiamavano…Cavalcanti.

Continuiamo il nostro viaggio fermandoci,nel vero senso della parola (altrimenti rischiamo un incidente),all’angolo fra via della Condotta e via Calzaiuoli. Prima di ripartire alziamo la testa e noteremo due cose:in alto, sull’angolo destro di fronte a noi c’è uno stemma composto da tante piccole croci; è lo stemma della famiglia Cavalcanti che connota l’omonimo palazzo che si estende su via Calzaiuoli,dall’angolo con via Porta Rossa,fino all’angolo con via Orsanmichele. Più a destra,sopra l’attuale negozio Bemporad c’è la lapide marmorea che oggi andremo a commentare. Prima di fare ciò forniamo al lettore alcuni cenni storici di questa famiglia,che ha avuto una importanza rilevante per la storia cittadina. Famiglia fiorentina di origini incerte e in gran parte leggendarie (sarebbe venuta dalla Francia al seguito di Carlomagno oppure, secondo Pietro Monaldi, da Colonia; o ancora piuttosto da Fiesole, culla ‛ ab antiquo’,(fino dai tempi antichi) leggendaria della nobiltà fiorentina).Figura di assoluto rilievo della famiglia fu Guido Cavalcanti,figlio di Cavalcante . Guido è uno dei capi riconosciuti, insieme al bolognese Guido Guinizzelli di quella corrente poetica che ha preso il nome di “dolce stil novo”,e che in seguito ha avuto la sua massima espressione in Dante Alighieri. In estrema sintesi il “dolce stil novo” è una sorta di sublimazione platonica dell’amore verso la donna,che necessita obbligatoriamente di un “cor gentile”. I Cavalcanti possedevano castelli nel contado – quali Montecalvi in Val di Pesa e le Stinche in Val di Greve – ma il centro della loro forza divenne, dal sec. XII, la città di Firenze. Un particolare interessante riguarda il castello delle Stinche,oggi distrutto , che era situato a Lamole,piccolo borgo distante circa nove chilometri dall’abitato di Greve in Chianti,e situato in posizione strategica per avere un completo controllo sulla val di Greve. La storia ci racconta che nel 1304 i Cavalcanti, appartenenti alla fazione Ghibellina, si ribellarono insieme ad altre famiglie all’autorità del comune di Firenze e posero il loro quartier generale nel castello. Il 5 agosto del 1304 Firenze vi inviò un contingente militare per riportare l’ordine. Preso in assedio il castello, i fiorentini lo conquistarono e lo rasero al suolo. I difensori del castello, tutti appartenenti ai Bianchi e ai ghibellini, furono fatti prigionieri e una volta condotti a Firenze, vennero rinchiusi nelle nuove carceri costruite dal comune sui terreni degli Uberti, carceri che da quest’episodio presero il nome di: Carcere delle Stinche. Successivamente il carcere fu distrutto per fare posto all’attuale Teatro Verdi. Passiamo a Dante ed alle due terzine tratte dal X canto dell’Inferno (58-63) dove sono puniti gli eretici o epicurei,seguaci della dottrina del filosofo greco Epicuro,che in pratica non credono alla sopravvivenza dell’anima dopo la morte fisica,e mi affascina con la sua teoria quando dice:”Liberare gli uomini dal timore della morte dimostrando che essa non è nulla per l’uomo dal momento che “quando ci siamo noi, non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo noi”
…… Se per questo cieco
Carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è ? E perché non è teco ?
E io a lui: “Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là,per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”

Cavalcante Cavalcanti padre di Guido chiede a Dante perché in questo suo viaggio ultraterreno,(il cieco carcere è l’inferno,cieco perché luogo dal quale non c’è possibilità di ritorno)insieme a lui non ci sia suo figlio Guido,ritenuto dal padre di pari livello poetico rispetto a Dante. Il poeta risponde che non è sceso all’Inferno da solo,insieme a lui c’è Virgilio (colui che attende là,per qui mi mena) che dall’espressione di Dante pare non essere troppo amato da Guido Cavalcanti. (forse cui Guido vostro ebbe a disdegno)
Grazie per l’attenzione,alla prossima.

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