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Itinerari danteschi di Roberto Naldini (Torino 32) – XXV canto del Paradiso 1-9

Il mese di settembre è cruciale nella vita del sommo poeta,in quanto questi muore a Ravenna il 14 settembre 1321,all’età di 56 anni,quando di ritorno da un’ambasceria a Venezia si ammala di una febbre malarica,forse contratta attraversando le valli di Comacchio. Le tre terzine che andremo a leggere quest’oggi sono l’incipit del XXV canto del Paradiso 1-9,e si trovano scolpite alla base del Battistero,sul lato che guarda il Campanile di Giotto.Al tempo il Battistero era la chiesa frequentata dal poeta,ed era il luogo dove si battezzavano i nuovi nati con cadenza semestrale. Siamo quasi al termine delle fatiche di Dante, (mancano solo otto canti alla fine della Commedia) e si percepisce una stanchezza sia fisica che psicologica,ed una speranza mai sopita di potere rientrare in qualche modo a Firenze,dopo il lungo esilio che lo ha tenuto lontano dalla sua città per oltre quindici anni. Il canto XXV del paradiso si apre con una commossa visione di una speranza terrena che,però,per l’esule non si avvererà mai. E’ un preludio in cui si ritrovano tutti i sentimenti che agitano l’animo del poeta: la coscienza di aver composto un poema “sacro” per ispirazione,per la materia,per la visione in cui si accavallano l’umano ed il divino; lo sforzo intenso che lo ha logorato nel corpo e nell’anima,la crudeltà del suo esilio,la consapevolezza di essere “poeta” di argomenti alti e sacri,degno di essere incoronato come tale nel suo “ bel S. Giovanni “. Sotto l’impeto di questi sentimenti,il desiderio di ritornare a Firenze dall’ingiusto esilio,prorompe dall’animo di Dante con vibrante poesia.

Se mai continga che il poema sacro
Al quale ha posto mano e cielo e terra,
si che m’ha fatto per più anni macro,
Vinca la crudeltà che fuor mi serra
Del bello ovile ov’io dormì agnello,
nimico ai lupi che gli danno guerra:
con altra voce omai,con altro vello
ritornerò poeta ,e in sul fonte
del mio battesmo prenderò il cappello.

Cerchiamo di capire cosa ci vuole comunicare. Se mai accada (se mai continga)che la Commedia (che il poema sacro per mezzo del quale aveva acquisito fama e popolarità)che è dettata da Dio a Dante scrittore, (al quale ha posto mano,e cielo e terra) e che mi ha consumato fisicamente negli anni (si che mi ha fatto per più anni macro = magro) Se il poema vincerà la crudeltà che mi tiene lontano (che fuor mi serra) da Firenze (del bello ovile) dove io vissi in maniera pacifica ed innocente,(ov’io dormì agnello)divenendo per il mio ben fare nemico ai malvagi cittadini (nimico ai lupi) che tengono la città in continue lotte e turbamenti.(che gli danno guerra) Con una diversa fama rispetto a quando era partito esule da Firenze, (con altra voce omai) ed invecchiato ed incanutito (con altro vello – in senso traslato,in quanto il vello è il manto dell’animale e non dell’uomo,ma in contiguità con l’agnello ed i lupi usati in precedenza per descrivere i fiorentini)ritornerò poeta oramai affermato,(ritornerò poeta) e nel Battistero di S. Giovanni, dove sono stato battezzato,(e in sul fonte del mio battesmo) prenderò la corona poetica (prenderò il cappello – cappello era gallicismo abbastanza frequente per “ghirlanda” , che ancora oggi cinge la testa dei neolaureati.
Grazie per l’attenzione,alla prossima.

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