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La pallina da tennis di Luca Sellerio ( FI 02) – Piazza S. Malco

Di fronte all’hotel Athenaeum in via Cavour c’è lo spazio riservato per la sosta in modo da fare con comodo tutte le manovre necessarie: scaricare o caricare le valige, aspettare che arrivano i clienti … aspettare … aspettare e aspettare ancora.
Ma quando arrivano questi clienti?
Poi mi accorgo di una giapponesina che fa capolino dalla vetrata. Alza lo sguardo per dare un’occhiata fuori e poi, quasi con vergogna, si ritrae immediatamente.
Questo giochetto si ripete dopo qualche momento.
Che abbiano chiamato il taxi per giocare a nascondino?
Ecco riapparire la testolina che, anche questa volta, da un’occhiata fugace e torna subito a nascondersi.
Mi scappa da ridere. Fosse stato un bambino gli avrei fatto la linguaccia.
Quasi quasi scendo di macchina e mi nascondo anch’io, tanto per rendere il gioco più interessante.
Al nuovo spuntar della testolina mi esibisco in un ciao ciao con la manina, come fossi un giapponesino anch’io.
A questo punto la testolina, con mia sorpresa non si ritrae più.
Volge lo sguardo verso l’interno della stanza e poi torna a guardarmi indicando verso di me.
Vedo spuntare anche un giapponesino e li vedo entrambi dirigersi, con il loro passo trotterellante, verso il desk dell’albergo indicando nella mia direzione forse per sincerarsi che quell’auto bianca con gli adesivi gialli sullo sportello e la scritta “TAXI” sul tetto sia proprio il taxi che avevano fatto chiamare.
Devono aver ricevuto una risposta affermativa perché subito dopo, sempre trotterellando, scendono le scale mi vengono incontro e si bloccano.
C’è da aprire lo sportello.
In Giappone i taxi hanno le porte che si aprono automaticamente.
Ma qui siamo in Italia e questo non succede.
Mi diverto a vedere che cosa combineranno per risolvere la situazione.
E cosa ti combinano i due giapponesi?
Niente!
Aspettano. Allora devo decidermi io. Allungo il braccio e apro lo sportello posteriore però senza spalancarlo sperando che basti per invogliarli a salire… non perché io non li voglia a bordo, ma perché mi sarei slogato la spalla, poi mando loro un’occhiata come per dire che in fondo in fondo aprire uno sportello non è una manovra così complicata.
Comunque, dopo tutti i convenevoli “rituali”, mi chiedono di andare in piazza “San Malco”.
“Piazza San Marco? Ma se è qui a cento metri?” Rispondo loro in italiano per la sorpresa di un tragitto così breve senza rendermi conto di non essere compreso.
In 30 secondi arriviamo e mi accosto.
“No, no!” Mi dicono con disappunto. “San Malco, San Malco!”
“Si, San Marco! Questa è piazza San Marco! Siamo arrivati!” Ribadisco sconsolato.
I giapponesi discutono fra loro animatamente frugando nella borsa. Poi tirano fuori una guida, sfogliano le pagine velocemente e poi con un sorrisetto mi mostrano la foto di piazza San Malco.
“Oh, yes! I understand!” Dico in inglese sperando che anche loro parlino lo stesso inglese che parlo io. Ma in realtà sono due lingue diverse: il mio è un inglese maccheronico mentre il loro è un “inglesushi”!
“Questa nella foto è piazza San Marco a Venezia, ma qui siamo a Firenze!”
Mi guardano increduli.
Lo sapevo che si parlava due inglesi diversi.
O forse il problema non è la lingua ma chissà, loro credono davvero di essere a Venezia.
Le consultazioni sul sedile posteriore vanno avanti con toni contrastanti.
Il dibattito si svolge a fasi alterne e raggiungere un accordo di programma comporta trattative lunghe ed estenuanti.
Per me non è un grosso problema, sono abituato, burocraticamente parlando, ai tempi italiani. Non so se in Giappone sia la stessa cosa, ma ne dubito.
Alla fine vengo messo al corrente della nuova decisione.
“Palazzo Pitti!” Viene annunciato dalla voce squillante della giapponesina.
“Palazzo Pitti?” Chiedo conferma, vista la precedente richiesta.
Sollecitamente, per evitare ulteriori malintesi, lei apre di nuovo la guida e mi mostra una foto della “Venere” del Botticelli!
Mi metto a piangere.
Ma come fanno i giapponesi a girare il mondo?
Cosa ne faccio io di questi due? Un’ ne azzeccano una manco per sbaglio!
Li porto al palazzo Pitti o alla galleria degli Uffizi dove c’è la Venere?
Non mi rimane che la resa.
Quasi quasi li porto al ponte alle Grazie così vedono l’Arno e gli dico che è il Canal Grande!

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