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La pallina da tennis di Luca Sellerio (Firenze02) – Bucce d’arancia

Prenotazione delle 6.30.
Dopo sette minuti di ritardo ecco che spunta dal portone una valigia con le ruote formato “camper”, con un peso stimabile in quintali, tanto che credo sia accessoriata di letto matrimoniale, cucinotto, frigo-bar, doppio trolley e zaino di accompagnamento.
Tutto questo guidato da una ragazza americana con un comprensibile fiatone da
maratoneta dopo aver percorso i 42,195 km ufficiali.
Capisco allora il motivo del ritardo e volenterosamente aiuto la giovane autista e carico il camper sul mio carro attrezzi con qualche difficoltà dovuta al peso ragguardevole. Comunque riusciamo a partire destinazione aeroporto di Peretola e dopo pochi minuti ecco che si spande nell’aria l’aroma dolce di un’arancia.
Uhm, uhm, penso, non mi piace la gente che mangia in macchina. Ma ecco che il profumo torna ad intensificarsi per la seconda arancia.
Ma dove andranno a finire, penso malignamente, tutte le bucce?
Giunti a destinazione scendo, apro professionalmente la portiera alla cliente e vedo le bucce delle arance rimpinzate, rincalzate, pigiate nel portaoggetti accanto al sedile posteriore. Quasi quasi mi commuovo a vedere quelle povere bucce che stoicamente cercavano di rimanere all’interno del portaoggetti ma che per cause di forza maggiore non potevano fare altro che esondare inevitabilmente sul tappetino. Senza dire nulla tolgo il camper dalla bauliera, la giovane ragazza mi porge i soldi e aspetta il resto. Prendo il resto, apro la portiera posteriore e incastro i soldi nel bel mezzo delle bucce nel portaoggetti. Chiamo la signorina e l’avverto che il suo resto è in ottima compagnia e che se lo vuole prendere deve prendersi tutto il gruppo di amici comprese le bucce che erano andate a fare le giratine fra i tappetini. Illuminandosi in volto di un acceso rosso vergogna, in mezzo a un mare di sorry, scusi e perdono, la cliente sotto il mio sguardo severo raccatta tutto, prende anche il resto ma dopo l’ennesima occhiata fulminante che la trafigge, abbassa lo sguardo e me lo lascia come mancia.

Dopo sette minuti di ritardo ecco che spunta dal portone una valigia con le ruote formato “camper”, con un peso stimabile in quintali, tanto che credo sia accessoriata di letto matrimoniale, cucinotto, frigo-bar, doppio trolley e zaino di accompagnamento.
Tutto questo guidato da una ragazza americana con un comprensibile fiatone da
maratoneta dopo aver percorso i 42,195 km ufficiali.
Capisco allora il motivo del ritardo e volenterosamente aiuto la giovane autista e carico il camper sul mio carro attrezzi con qualche difficoltà dovuta al peso ragguardevole. Comunque riusciamo a partire destinazione aeroporto di Peretola e dopo pochi minuti ecco che si spande nell’aria l’aroma dolce di un’arancia.
Uhm, uhm, penso, non mi piace la gente che mangia in macchina. Ma ecco che il profumo torna ad intensificarsi per la seconda arancia.
Ma dove andranno a finire, penso malignamente, tutte le bucce?
Giunti a destinazione scendo, apro professionalmente la portiera alla cliente e vedo le bucce delle arance rimpinzate, rincalzate, pigiate nel portaoggetti accanto al sedile posteriore. Quasi quasi mi commuovo a vedere quelle povere bucce che stoicamente cercavano di rimanere all’interno del portaoggetti ma che per cause di forza maggiore non potevano fare altro che esondare inevitabilmente sul tappetino. Senza dire nulla tolgo il camper dalla bauliera, la giovane ragazza mi porge i soldi e aspetta il resto. Prendo il resto, apro la portiera posteriore e incastro i soldi nel bel mezzo delle bucce nel portaoggetti. Chiamo la signorina e l’avverto che il suo resto è in ottima compagnia e che se lo vuole prendere deve prendersi tutto il gruppo di amici comprese le bucce che erano andate a fare le giratine fra i tappetini. Illuminandosi in volto di un acceso rosso vergogna, in mezzo a un mare di sorry, scusi e perdono, la cliente sotto il mio sguardo severo raccatta tutto, prende anche il resto ma dopo l’ennesima occhiata fulminante che la trafigge, abbassa lo sguardo e me lo lascia come mancia.

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