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La pallina da tennis di Luca Sellerio – La prima volta

La sera prima ero stato nel laboratorio della cooperativa dei taxi fiorentini SO.CO.TA. dove mi avevano riconsegnato le chiavi della macchina dicendomi:” Ecco, è pronta! Buona fortuna!”
Di come si svolgesse concretamente il lavoro ne ero completamente a digiuno, e forse per quello, Amato Zara 32,davanti agli splendidi piatti di cinghiale cucinati da Anna sua moglie, invitandomi a cena oltre alla pancia mi riempiva anche di preziosi consigli.
Non esistevano corsi di formazione e nemmeno usava fare scuola in macchina con qualche collega esperto che potesse insegnare qualcosa e dare informazioni.
Comunque la mattina dopo, il 13 Giugno del 1985 (30 anni fa!) mi ritrovai non so nemmeno bene come, in piazza Francia seduto in una macchina bianca con sul tetto un cartello con la scritta TAXI. Non avevo compiuto ancora 23 anni.
Ascoltavo la voce del radio taxi con la massima attenzione cercando di decifrare quello che l’esperta centralinista diceva alla velocità della luce.
“Uno via Monteverdi 36… due Monteverdi… ripetere il Roma… bene Roma 19. Uno hotel Croce di Malta… Bologna 9…Dalla Sita.”
Nel ’85 infatti non veniva nessun aiuto da parte della centrale per individuare la strada e l’indirizzo. Non veniva indicata ne la zona, ne il posteggio di appartenenza della chiamata. Il posteggio infatti sarebbe stato dichiarato dal tassista solo dopo, come conferma alla chiamata presa “in prima”, cioè con precedenza rispetto agli altri colleghi in movimento nella zona. Ogni volta che veniva ripetuto l’indirizzo dalla centrale aumentavano i minuti occorrenti per poter raggiungere il cliente. In “prima chiamata” poteva rispondere il taxi fermo al parcheggio che in due minuti sarebbe potuto arrivare all’indirizzo, in “seconda” i minuti erano tre/quattro e via via aumentavano per la “terza” e la “quarta”. In “ultima” i minuti li poteva comunicare il tassista. A volte per “evadere una corsa” ci voleva quasi mezzo minuto! Oggi con l’aiuto della tecnologia se ne riescono a trattare 19 in un minuto!
Non esistevano i navigatori e le cartine del “Tuttocittà” in quel giorno di Giugno erano ancora nuove ma per l’uso continuo che ne avrei fatto divennero stropicciate e scolorite al punto che all’ennesima consultazione sembrava mi gridassero:
Sapevo che quando avrei sentito il nome di una strada vicina raggiungibile in 2 minuti avrei dovuto dire nel microfono che stavo stringendo con mani sudate dalla tensione la mia sigla, Bari 24. (Bari 24 è stata la mia sigla per dieci anni prima di cambiarla in Firenze 2.)
Quando mi rendevo conto che avrei potuto provare a rispondere il collega al quale era stato assegnato il servizio, era già arrivato, aveva prelevato e portato a destinazione il cliente.
“Ciao, che sei nuovo?” Oh, Madonna che paura, saltai dallo spavento. Manco mi ero accorto che un’altro taxi si fosse parcheggiato accanto a me.
“Io sono Bruno, Pisa 40 è molto che sei montato? Non ti ho mai visto!”
“Eeehh, una vita! Devo ancora fare la prima corsa della mia carriera!”
“Ho capito! Aspetta che salgo in macchina tua e ti aiuto.” Meno male! Di un aiutino ne avevo proprio bisogno, non sapevo proprio che pesci pigliare.
Bruno si sedette accanto a me, prese il microfono e iniziò a parlarmi del lavoro, di se stesso e a farmi domande con tanta naturalezza da lasciarmi stupito per come riuscisse a parlare ed ad ascoltare quello che diceva la radio allo stesso tempo. “Chissà quanto ci metterò prima di riuscire a fare entrambe le cose nello stesso momento?” Pensavo mentre mi parlava.
“Come ti chiami?” Mi chiese.
“Luca.” Risposi.
“Piacere, tanto ti chiameranno solo Bari 24. Ora si usa così, con la sigla. Prima, quando non c’era il radio taxi, si usava il numero di licenza. Poi forse fra un po’ di tempo ti appiopperanno anche un soprannome. A me per esempio mi chiamano “l’ortolano” perchè prima facevo quel lavoro.”
In quel momento Bruno alzò il microfono e con naturalezza disse con voce chiara ma non troppo alta:
“Bari ventiquattro.”
“Bene Bari ventiquattro!” Sentii ripetere dalla centrale.
Confermò Bruno al microfono.
Io non riuscii nemmeno a capire cosa fosse successo.
“Vai, e buon lavoro ma ricorda, la cosa più importante è riportare la macchina tutta intera a casa! In bocca al lupo!”
“Scusa ma dov’è che devo andare?”
“In via Filippo degli Ugoni angolo Braccio da Montone. Non hai sentito?”
“No, non ho capito. E dov’è?” Chiesi da vero pivellino.
“Via Gran Bretagna la conosci?”
“Si quella so dov’è!” Ma guarda un po che saputello che ero!
“Ecco, al semaforo oltrepassi via Erbosa, vai diritto e l’angolo dopo a destra è quello fra via Braccio da Montone e Filippo degli Ugoni.”
“Grazie Bruno.” Lo salutai riconoscente.
Mai parole furono più vere.
Con il cuore pieno di emozione arrivai all’indirizzo e vidi una signora ferma all’angolo. Mi fermai e la signora aprì lo sportello.
“Buon giorno.” Feci io sperando che il Signore me la mandasse bona, la sorte intendo, non la signora. Con tutto quello che avevo da pensare, non avrei voluto distrazioni in quel momento!
“Buon giorno, vorrei andare alla stazione.” Un sospiro di sollievo alleggerì la mia tensione.
Almeno la stazione sapevo dove fosse e soprattutto sapevo la strada per arrivarci!
“Ma che ce l’ha la patente lei? Sembri un bambino!” Mi disse la signora che forse era abituata a persone un po’ più grandi di me.
“Eh, si! Inizio oggi e lei è la mia prima cliente!” Le dissi un po’ imbarazzato.
La signora fu gentilissima, anzi, mi sembrò contenta per essere stata lei la prima cliente e per incoraggiamento mi lasciò anche mille lire di mancia.
Quelle mille lire le ho ancora conservate con cura.
Ma come faccio a ricordarmi così bene tutto questo anche dopo 30 anni?
Semplice!
Perché la “prima volta” non si scorda mai!

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