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La pallina da Tennis di Luca Sellerio(Firenze 02) – Vai pianouuu

Il centro di Firenze è uno spettacolo e il modo migliore per gustare le sue stradine rinascimentali è sicuramente quello di percorrerle a piedi. Lo sguardo si perde rapito dalla bellezza di questa meraviglia che è Firenze. I palazzi, le chiese e le basiliche, gli scorci caratteristici dei chiassi e delle piccole piazzette celano autentici gioielli come la chiesa dei Santi Apostoli in piazza del Limbo, la Torre della Castagna in piazza S.Martino o la torre della Pagliazza inglobata nell’hotel Brunelleschi in piazza S.Elisabetta. I turisti, come d’altronde gli stessi fiorentini, vagano a piedi completamente assorti ad ammirare tutto ciò che li circonda, impegnati ad imprimersi nella memoria ogni più piccolo particolare come se avessero paura di lasciarsi sfuggire qualcosa. Le vetrine dei negozi di souvenir fanno a gara per attirare l’attenzione con quelle delle boutiques, delle pizzerie, dei ristoranti e dei bar… E quando l’attenzione è tutta dedicata a queste cose il pedone diventa un vero pericolo vagante.
A tutto questo si aggiungono pure i cellulari che come oggetto di totale distrazione sono imbattibili, in quanto estraniano completamente il pedone dalla realtà e dal contesto nel quale, a questo punto direi, inconsciamente si trova a vagare.
Questo è l’ambiente in cui svolgo il mio lavoro.
Il mio lavoro consiste nel riuscire a portare a termine la missione, perché di questo si tratta, nel minor tempo possibile, con la minor spesa possibile e soprattutto senza colpire nessun oggetto o soggetto vagante.
Anche il minimo contatto può essere fatale per la riuscita dell’impresa, per cui l’attenzione deve essere sempre al massimo e la pazienza diventa un requisito indispensabile.
Stavo quindi percorrendo via Condotta a una velocità tale che il contachilometri era entrato automaticamente in modalità contapassi, quando mi trovo davanti una coppia di ragazzi che procedevano abbracciati in mezzo di strada senza la minima intenzione di spostarsi di un centimetro per farmi passare.
Lui ha i capelli come un afroamericano degli anni ’70, cioè un cesto enorme riccioluto solo che invece di essere nero, è rosso carota riconoscibile da lontano come una boa di segnalazione in mezzo all’oceano.
Lei, abbracciata a lui ha caratteri orientali, è piccolina e con capelli lisci, lunghi e neri.
Il tizio ha il braccio sulla spalla della tizia, lei tiene la mano infilata nella tasca posteriore dei jeans di lui. Ogni tre passi non facevano sei metri ma si scambiavano un bacin d’amor.
Io non potevo fare altro che assistere alla loro effusioni in silenzio, mentre il mio cliente imprecava a più non posso contro la coppiettina che ci impediva di passare.
“Ovvia, ma gli suoni a questi due!” Mi chiedeva spazientito.
“E’ inutile suonare, lo sanno benissimo che c’è un motore diesel a dieci centimetri dietro di loro, a meno che non siano sordi!”
Come se avesse sentito la mia risposta il cesto rosso di capelli si china per l’ennesimo bacino e allo stesso tempo, di straforo, butta un’occhiata di controllo verso di noi continuando a rimanere nel mezzo senza spostarsi di un centimetro. Quest’occhiata di controllo e l’insistenza nell’ostacolare il nostro passaggio fa letteralmente spazientire il mio cliente, il quale comincia a inveire contro di loro.
“Lo vede! Lo vede! Lo fanno apposta! E io devo perdere il treno per questi due dementi qua!”
“No, no stia tranquillo. Il treno non lo perde. La stazione non è poi così lontana! Fra quanto ce l’ha il treno?” Chiedo al cliente mentre mi sento come fra l’incudine e il martello. Non posso sdraiare questi due qui davanti, vorrei riuscire a far prendere il treno al mio cliente ma non posso suonare, a meno che non voglia fare la collezione dei vaffanculo in tutte le lingue del mondo.
“Ho ancora 15 minuti e poi parte!” Mi dice quasi rassegnato.
“Ma in 15 minuti ce la facciamo sicuramente!” Rispondo sollevato rasserenando il mio cliente.
Ma ecco che il cesto rosso di capelli improvvisamente si slaccia dall’abbraccio e si volta costringendomi a fermarmi. Con le braccia tese verso il basso e le mani con le palme rivolte all’ingiù con movimento lento e alternato mi dice con un forte accento straniero: “Vai Pianouu!”
Vai pianouu? Lo guardo allibito, il mio cliente altrettanto. Ma più piano di così nemmeno a spinta!
Fatto questo come per magia si sposta lasciandoci finalmente passare.
Tiriamo entrambi un sospiro di sollievo e riesco a raggiungere la stazione in poco tempo e il mio cliente riesce a prendere il suo treno.
Tutto è bene quel che finisce bene!
Se non che……
Se non che, un paio di giorni dopo, rispondo a una chiamata all’hotel Cavour in via del Proconsolo.
Arrivo davanti all’albergo e ci trovo il facchino con due valige in mano, mi aiuta a caricarle e mentre aspettiamo mi avverte che dovrò accompagnare i clienti alla stazione. Ed ecco che dalla porta spunta una coppia di ragazzi.
Il tizio ha i capelli come un’afroamericano degli anni ’70, cioè un cesto enorme riccioluto solo che invece di essere nero, è rosso carota riconoscibile da lontano come una boa di segnalazione in mezzo all’oceano.
La tizia ha caratteri orientali, è piccolina con capelli lisci, lunghi e neri.
“Termini station please.”
Chissà perché così tanti stranieri chiamano la stazione di Santa Maria Novella con il nome della stazione di Roma?
Comunque parto di scatto alla velocità stimata di 100 centimetri all’ora.
Dopo un’eternità imbocco proprio via Condotta e li riesco a superare me stesso mettendomi in coda, a passo d’uomo zoppo e molto anziano, ai turisti in mezzo di strada.
“Is it possible to go faster, please? We are missing the train!” Ma senti un po che richieste strane mi vengono da questo portatore sano di cesto rosso di capelli!
“Yes sir! I’ll do my best!” Rispondo rallentando ulteriormente.
All’altezza di via Porta Rossa vengo addirittura sverniciato da una lumaca che alla staccata dell’angolo di via Pellicceria mi infila all’interno!
A questo punto interviene anche Guido Meda, il telecronista della Moto GP, che con la sua simpatia urla in diretta: “E ora tutti in piedi sul divano!”
La coppia in preda allo stress e alla paura di perdere il treno, mi incita ad andare più veloce.
“Please, please, go faster!”
“Excuse me sir. This is Florence and there is a lot of people walking in the middle of the street and i must drive …”pianouu”!”
(Mi scusi. Questa è Firenze e ci sono un sacco di persone nel mezzo di strada e io devo guidare … “pianouu”!)
E dicendo questo faccio un movimento lento e alternato con le mani tenendo le palme rivolte all’ingiù.
Un silenzio di gelo cala all’interno della mia macchina.
Da ciò deduco che i miei clienti finalmente mi hanno riconosciuto e si sono ricordati di quello che era avvenuto appena pochi giorni prima.
Lentamente raggiungo la stazione in tempi esasperanti e senza che venga proferita ulteriore parola.
Se hanno perso il treno?
Non lo so!
Chi è causa del suo mal pianga se stesso!